I programmi spia: il diritto alla privacy di fronte ai nuovi strumenti tecnologici di indagine

di Michela Tresca.

Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno messo a disposizione strumenti sempre più invasivi della riservatezza dell’individuo. Tra questi, i “trojan horse”, la cui ammissibilità all’interno del nostro ordinamento è oggetto di dibattito sia a livello giuridico che dottrinale. Nel silenzio del legislatore, sulla questione è fino ad oggi intervenuta la giurisprudenza, secondo due linee interpretative: talvolta sono stati ricondotti nell’ambito delle prove atipiche (ex art. 189 c.p.p), talaltra associati alle intercettazioni e dunque alla generale categoria di mezzi di ricerca della prova (ex art. 266 c.p.p). Entrambe le ricostruzioni, nell’estendere la disciplina codicistica a tali nuove tecnologie, mancano però di considerare la differenza ontologica dei nuovi strumenti rispetto ai mezzi tradizionali di ricerca della prova. La sentenza del 28 aprile 2016 chiarisce la posizione da ultimo assunta in materia dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

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